About ROCK MUSIK                                        (#1-MSG)

« IL ROCK È MORTO: VIVA IL ROCK! »

 

Una sensazione che comincia ad aleggiare nell’ambiente musicale americano e inglese sin dalla fine degli anni sessanta, una profezia cui verrà prestato orecchio nei primi mesi del 1978, anno in cui le grida dissennate del Punk (Sex Pistols: “il flagello di Dio”) e del Funky-Reggae-Rock (Police) risuoneranno come vere e proprie confessioni: “... certo che il Rock è morto…: lo abbiamo ucciso noi!”.

Chiariamo subito. Qui non si vuole fare opera di ricostruzione, non si vuole processare né assolvere, qui non si vuole affossare o promuovere. Questo momento, piuttosto, ci serve per non regredire!

ll nostro non è un incontro casuale, gente. Per noi tutti c’è ancora una possibilità.

RICONOSCERE.

Non è importante sapere.

Quando è nato il Rock, dov’è nato il Rock, dov’è cresciuto e chi lo ha assassinato. Sempre che non si voglia propendere per la tesi della ‘morte naturale’…

Non è importante capire. Perché quella band si sciolse, perchè la scelta di quella copertina o perchè tanti misteri.

Non è importante ricordare. Quando è accaduto, quanti dischi, quanti concerti...

Ciò che ti auguro, piuttosto, è di imparare a sentire.

Sentire sulla tua pelle un vento fresco di primavera, nel tuo cuore un’energia straordinaria che potrebbe farti esplodere senza che tu riesca a capire, senza la necessità di ricordare. Percepire di appartenere a qualcosa di più grande, avvertire dentro una voglia di vivere, di sperimentare dissennatamente, di conoscere.

Poi viene l’ascolto, l’attenzione. Sentire e ascoltare, mai il contrario: così puoi riconoscere il Rock, individuarne gli embrioni nel Jazz e nel Light-Pop e coglierne gli ultimi, brucianti bagliori in tutte le ondate successive.

Fino ad arrivare a noi, oggi, che ascoltiamo rumori non nostri. Piuttosto mostri, che alcuni si affrettano a chiamare capolavori mentre non sono che files digitali prodotti da musicisti fasulli che s’incontrano il giorno in cui la Produzione decide di realizzare le fotografie di copertina. Una serie infinita di bluff che restano in piedi soltanto perché nessuno li sballa, andando a vedere.

Bene, caro amico mio. Il Rock viene verso di te per parlarti di un mondo nuovo in cui poter di ogni giorno conservare una traccia, di ogni minuto trascorso non conoscere il rimorso, di ogni incontro ricordare il profumo e di ogni passo il suono.

Un vecchio amico che, sebbene continui a pescarti sempre impreparato di fronte alla vita, riesce a scuoterti al punto giusto quando sei depresso e ti guida per mano dove i tuoi pensieri confusi non avrebbero potuto condurti, ti spiega compiutamente ciò che le tue parole non riuscivano a esprimere, riferisce di passioni e sentimenti che saresti riuscito a sfogare solo con il pianto.

Perché il Rock vero nasce dalla vertigine che si prova dinanzi a un precipizio, in momenti estremi che richiedono una rapida decisione, quando non è possibile temporeggiare neanche per un attimo perché si è così fragili e alla mercé dei venti, che si potrebbe cadere dalla parte sbagliata. Ma, mentre nel quotidiano il dissidio ti costringe al silenzio – un silenzio dolce e doloroso al tempo stesso, e il cuore spinge che vuole parlare, ma tu non puoi fare altro che singhiozzare – il Rock vero le grida queste passioni e, denunciandole, colpisce l’ipocrisia dei nostri giorni.

Per ‘fare il Rock’ bisogna viverlo sulla propria pelle: tutto il resto è soltanto un surrogato, una deformazione di questa meravigliosa esperienza. L’artista Rock (l’attore) è un concentrato di pensieri che si fanno parole e procedono all’esterno accompagnati da suoni. Dove nascano quei pensieri non ci è dato sapere, ma stai sicuro che certo Rock può essere partorito soltanto sulla strada, a diretto contatto con le miserie, gli odori, le grida e la speranza.

Un tempo in cui gli uomini hanno tentato di riappropriarsi di un’autenticità per troppo tempo calpestata dal costruire, dal fare, dal superare. Qui nasce un primo Rock che incoraggia gli schiavi a sgridare propri padroni, quello che sputa in faccia all’ipocrisia in abiti diplomatici con colletti bianchi e lancia le grandi sfide: pace, amore, uguaglianza, solidarietà, giustizia.

Ci troviamo nella seconda decade degli anni sessanta. In questi anni straordinari vengono pubblicati dischi maestosi, pregni di sperimentazioni che oggi potrebbero far sorridere, ma che di allora condensano il coraggio e testimoniano lo sforzo complessivo di “essere diversi”, di “esprimersi” diversamente. I primissimi Floyd di “The piper at the gates of the dawn” (1967), quando alla guida del quartetto c’era ancora Syd Barret; gli acerbi Genesis di “From genesis to revelation” (1969), capeggiati da Peter Gabriel e dalle chitarre ispirate dell’oggi lontanissimo Steve Hackett; gli ormai maturi Beatles di “Sergent Pepper’s lonely hearts club band”; il Jimy Hendrix dei primi due album “Are You Experienced” (1967) – “AXIS: Bold as Love” (1968) e del terzo, mastodontico doppio da studio “Electric Ladyland” (1968); i Band di Robbie Robertson e Rick Danko di “Music from the Big Pink”; gli Who di “My Generation” (1965) e di “The Who sell out” (1967); i Velvet Underground di “The Velvet Underground & Nico” (1967); i Doors di “The Doors” e “Strange Days” (1967); i Deep Purple di “Shades of Deep Purple” (1968); i Led Zeppelin di ”Led Zeppelin” (1967) e di “Led Zeppelin II” (1968). E poi ancora Frank Zappa, con le sue meravigliose contaminazioni tra blues, jazz e fusion di “Freak out” (1966) e di “Absolutely free” (1967), i Creedence Clearwater Revival, i Cream, i Traffic. Le opere più mature degli artisti già noti al grande pubblico, ma soprattutto le opere prime di quelli emergenti, concorrono in questi anni alla creazione di un immaginario che sarà determinante per una moltitudine di giovani già refrattari al Rock-and-Roll e altre facilonerie made in U.S.A. (Beach boys, per citare un esempio eclatante).

Si tratta di un Rock, certamente acerbo e ingenuo, ma aggressivo ed energico, un Rock che fa tenerezza per gli strumenti di cui si avvale per esprimere i propri messaggi, delle voci inadeguate con cui percuote cuore e menti dei probabili destinatari. Un Rock che, sebbene adolescente, non cade nelle trappole dell’aspettativa e dell’attesa. Uomini e donne si armano di coraggiosa incoscienza e danno voce alla massa, una voce forte, chiassosa, ma compatta: mille, diecimila, centomila persone che vogliono una sola cosa che non si può comprare e sulla quale non si può scendere a patti. La libertà.

A questa gente le forze politiche in campo oppongono ufficialmente una posizione abbastanza neutrale, almeno fino allo spettacolo di “Woodstock” (1969 – “Three days of Peace, Love and Music”), scommessa decisamente vinta dalle band, dagli organizzatori, ma soprattutto dai giovani, accorsi a milioni per acclamare alcune tra le migliori band dell’epoca.

Scommessa vinta dalla musica, direi oggi.

Le autorità, le polizie, gli ordini religiosi, la gente comune: da quel momento in poi anche loro cominciano a valutare la forza esplosiva e trainante della musica rock.

Le Band di questo primo Rock marciano come in assetto di guerra verso la libertà, gridando il proprio bisogno di emanciparsi dai condizionamenti e dalla stupidità di una vita univoca, dalla presunzione di un percorso determinato dalle consuetudini, dall’etichetta: dagli altri!

È un percorso irto di tranelli. È facile cadere nell’errore di distruggere senza costruire, di gridare senza avere qualcosa da dire. Specie quando si attacca senza avere certezze da opporre, quando si aggrediscono i propri genitori e i valori trasmessi con l’educazione, quando ci si ribella al proprio sangue, senza proporre alternative.

Ecco pertanto un secondo Rock, ritenuto ai tempi, da bigotti e moralisti, pericoloso e demoniaco, ma in realtà meno politicamente e socialmente sovversivo. Gli artisti preferiscono gridare il proprio dissenso torturandosi le vene dell’avambraccio e abbandonandosi agli eccessi dell’alcool e degli acidi.

Ci troviamo nella prima decade degli anni settanta. Anni, questi, in cui è forte il peso delle vicende belliche internazionali. Anni che hanno minato la consapevolezza che l’uomo aveva della propria centralità nel mondo, la fiducia nel valore pedagogico dello sforzo, del sacrificio in vista di un traguardo ben più prezioso. Sono gli anni dei concerti gridati, delle voci roche che inneggiano su riff duri e percussioni roboanti, a cui alcuni artisti oppongono i toni della riflessione romantica. Da un lato prosperano le Street-Band, gruppi “ispirati” di bevitori di birra che percorrono senza meta le periferie più degradate delle aree metropolitane, teorizzatori della filosofia “On-The-Road” che tanto piacerà al popolo americano prima e a quello europeo dopo; fomentatori di folle di sbandati, peccatori che portano buchi sulle braccia e fegati bruciati come vessillo delle proprie scelte (Iggy Pop si spoglierà nudo in alcuni concerti simulando voluttuose masturbazioni, Lou Reed declamerà una prima, storica apologia dell’eroina, Jim Morrison teorizzerà nichilismo e incesto in “The End” e così via). Dall’altro rispondono i romantici, Rock-Band che, con toni più pacati, esprimono la convinzione che una seria rivoluzione debba partire dall’interno, dall’anima, dal cuore. Si affermano gli Aerosmith di “Aerosmith” (1973), i ZZ-Top di “First Album” (1970), e allora crescono gli Who di “Quadrophenia”, coraggiosa soundtrack dei turbamenti giovanili dei Mods inglesi, i Pink Floyd di “Atom Earth Mother” (1970) e di “Meddle” (1971), la cui “Echoes” travalica limiti e confini di una fisicità ancora troppo stretta, gli Audience di “Third” (1970), i Led Zeppelin di “Led Zeppelin IV”, in cui partoriranno la straordinaria “Stairway to heaven”, ancora oggi attualissima (1973), i Deep Purple di “In Rock” (1970) che porta in vetta una splendida “Child in time”. Negli stessi anni nascono e muoiono gruppi fantasma come i Quatermass di “Quatermass” (1970), che profondono tutta la propria verve e ispirazione squisitamente “progressive” nell’opera prima (ed ultima) che ai più resterà ignota. Vedono la luce i primi (ed ultimi) tre album di Nick Drake “Five leaves left” (1969) – “Bryter Layter” (1970) – “Pink Moon” (1972), perle rare di una collana di preziosa fattura mai portata a compimento (si suiciderà nel 1974). Gli Agitation Free di “Malesh” (1972), gli Ash Rà Tempel di “Ash Ra Tempel” (1971) – “Swingungen” (1972) e “Join Inn” (1972), i Popol Vuh di “Affestunde” (1970), i Gong di “Continental Circus” e “Camembert Elecrique” (1971). Lavori unici realizzati in Europa continentale, dove nessuno resta a guardare. Anche Germania e Francia hanno qualcosa di significativo da contrapporre al riscontro ottenuto dai (super) gruppi americani e inglesi. Atmosfere sognanti e nenie pervadenti, una sorta di Floyds sassoni (Scuola tedesca), una risposta alla cosiddetta Scuola di Canterbury di questi splendidi, storici anni (Camel, Soft Machine, Caravan, Hatfield & The North, Matching Mole, Seldaan & The Deads, Kevin Ayers, Robert Wyatt, The Cygnet Chant). Anni ancora, questi, che vedono la consacrazione e il declino di alcuni tra i “soci fondatori”: Jimy Hendrix muore nel 1970. Jim Morrinson lo segue l’anno dopo. Dei Beatles, nel 1970, rimane soltanto una “Let it be” (1970) figlia illegittima di un gruppo che si scioglie nelle polemiche; nello stesso anno Lou Reed e Sterling Morrison, con il loro definitivo distacco, decretano la fine dei Velvet Underground… Cosa dire: forse il Rock si è già ammalato?

Un Rock dalle pretese più travolgenti ha già fatto la sua comparsa: quando il ragazzo comincia a imporre le proprie scelte è segno che sta diventando uomo. Il secondo passo generalmente consiste nella definizione di un sistema di regole alternative. Per tutte una: “abbiate fede, ragazzi, perché inventeremo un modo di vivere diverso, nuovo, un modo di comunicare più semplice, più vero, fatto di sorrisi, di colori, di dare senza pretesa di ricevere, di dire senza paura, di andare senza una meta precisa…”.

“Abbiate fede, ragazzi, perché il Rock è la nostra forza, il Rock è la nostra cura, il Rock è la nostra vita!”

Bei discorsi, penetranti. Quanto e come potrebbero esserlo le campagne promozionali delle elezioni politiche. Di qualsiasi paese del mondo.

Lezioni affascinanti, persuasive, che si traspongono nei testi e nelle musiche di questi anni, trascinando la psiche in universi affascinanti ma pericolosi, lungo percorsi semplicemente sconosciuti. (Proto-Psichedelia Inglese). C’è chi decide che suonare significa essenzialmente “progredire” ed eleva la musicalità del testo e la sperimentazione strumentale al di sopra di tutto il resto (Progressive).

Ed allora i nuovi Genesis di “Selling England by the pound” (1975), che riposa tutto sulla suite polistrumentale di “Firth of Fifth”, esempio mai raggiunto di art-progressive-rock; e allora i Gentle Giant di “Octopus” (1973), i Camel di “Mirage” (1973), i Tangerine Dream di “ZEIT” (1972), gli Eloy di “Power & the Passion”, della indimenticabile “Mutiny” che strizza l’occhio ai più anziani “Echi” dei Pink Floyd (1975), gli Ange, gli Amoon Dull, i Free e i Jade Warrior, gruppo sconosciuto anche alla stragrande maggioranza dei critici musicali d.o.c.…

Sembra quasi di ascoltare un messaggio unico, globale: “Il Rock può tutto, gente, perché il Rock è tutto!”.

Ma l’uomo rimane uomo, anche se cerca di affrancarsi dalla condizione di animale, di essere vivente. Anche l’artista più illuminato comincia a barcollare quando si accorge che “lasciarsi vivere” costa molta mena fatica del contrario. A quel punto comincia a esprimersi in termini di schiaccianti sconfitte, di bruciature che lasciano il segno, rifiuto del rifiuto, paura dell’incertezza e certezza della paura. Tutto ciò diventa gradualmente evidente nei comportamenti, nelle dichiarazioni, nei concerti e nelle interviste di questi anni. Il pubblico non realizza immediatamente: l’innamorato è sempre l’ultimo a sapere, perché all’amore per la sua donna si affianca il bisogno di amare l’amore.

Quasi tutti gli artisti cadono nella voragine del danaro, della fama, del potere, della sicurezza data dal possesso…!

Tra questi, i più forti tradiranno. Sé stessi, il pubblico, i fans. Soprattutto tradiranno le proprie origini.

L’esperienza nuda della presenza corale, l’entusiasmo religioso con cui un tempo cantavano l’aspirazione a costruire un mondo libero. Il desiderio di combattere l’ingiustizia in nome di chi non ne aveva la forza, nell’interesse del più debole, del più ignaro. Il grido di battaglia delle più sfrenate Band dei 60-70, “Si può fare musica senza fare dischi”, si trasforma nel suo esatto contrario: “Si fa musica facendo dischi”. I più forti tradiranno, certo che tradiranno. Il potere delle parole è il potere dell’apparenza. Parlare ai giornalisti, parlare da politici, piuttosto che organizzare, suonare assieme, compartecipare ai cortei legati esclusivamente dal desiderio di conoscersi, di sorridere, di scambiarsi esperienze. In questo tutti i grandi si fecero maestri: dai Lynyrd Skynyrd ai Pink Floyd di Syd Barret, dai Genesis ai Traffic, dai Jetro Tull ai Deep Purple, dai Rolling Stones di Brian Jones ai Fleetwood Mac.

Bravi, signori miei, un inchino sincero…!

I gruppi più deboli si dissolsero. Molti decisero di sparire per sempre dalla scena senza sbattere i piedi, in silenzio. Altri decisero di rubarsi alla vita sottraendo ai propri fans la possibilità di ascoltare altre perle, altri gioielli musicali da indossare sul proprio cuore e conservare in fondo all’anima. Altri scelsero percorsi spirituali più o meno accettabili, altri ancora si ritirarono a vita privata in attesa di momenti migliori per tornare sul palcoscenico.

Il Rock cambia pelle, radicalmente. Da un lato gli artisti comprendono il valore commerciale della propria musica e cercano di venderla al miglior offerente, incoraggiati delle case di produzione musicale, che in disparte avevano atteso questo “salto di maturità”.

Il Rock cambia pelle. Perde progressivamente la sua carica eversiva originaria, nonché il potere di ispirare. Si sgretola, diventa un fenomeno commerciale, un calderone, una categoria. Diventa “musica” con la emme minuscola. Il Rock, inteso in termini di esperienza creativa e costruttiva, diventa – in ultima analisi – un fenomeno “individuale”, con tutte le conseguenze socio-economiche del caso. La Musica Rock – intesa come prodotto – si afferma come fenomeno di massa a largo consumo.

Siamo già negli anni ottanta, anni in cui gli autori più esperti sono paralizzati da una crisi di afasia e i più giovani si domandano come presentarsi al grande pubblico.

L’elemento “estetico” predomina sui contenuti. I destini del Rock sono nelle mani dei produttori, dei profiler, degli acconciatori: il produttore non frequenta più gli stessi party del suo protetto e tantomeno condivide con lui esperienze estreme di sesso e droga. È diventato il suo Boss, e come tale si preoccupa di sfoggiare un look sobrio da commerciale, piuttosto che da artista in preda agli eccessi.

La POP-Music diventa un “prodotto di massa” incredibilmente proficuo, da veicolare secondo le opportune logiche di mercato. Anche la musica viene assoggettata ai piani di marketing, alle analisi statistiche, ai raffinati stratagemmi con cui è possibile condizionare i gusti del cliente.

Che poi è l’ascoltatore, il fan.

Che poi saresti tu, che stai leggendo questo mio sfogo…!

Credimi. Abbiamo ancora la possibilità di sfuggire a tutto questo, di ripiegare le logiche distorte a nostro favore. Dobbiamo imparare a riconoscere il Rock per capire cosa ne ha determinato la morte. Soprattutto dobbiamo discernere la vera Musica dalle tante mistificazioni che oggi l’industria discografica ci propina. In questo contesto vi sono soli, pianeti e satelliti. Allora perché farsi riscaldare dalla luce riflessa? Perché rassegnarsi a un ascolto passivo?

No. Questo non possiamo proprio tollerarlo. È per questo che occorre conoscere il passato, per decidere se e in quale modo scegliere il presente.

NOI VOGLIAMO COMPRENDERE.

Esistono Band che hanno sofferto prima di scrivere i testi delle loro canzoni, artisti che hanno attraversato tutto il dolore dell’esperienza prima di esprimersi in parole, in suoni. Esistono strumenti che sono stati protesi del musicista, microfoni che hanno vibrato come corde vocali, piazze e campi che sono state casse di risonanza di sentimenti veri.

È lì che voglio tornare, amici. È questo Rock che voglio far rivivere dentro i miei sensi. Sono questi gli artisti che voglio incoraggiare, nella musica come nella vita. Uomini che si sforzano con sincerità di ricercare, sperimentare e migliorarsi.

È con te che ci voglio tornare.

 

Perché, dinanzi al baratro dell’esistenza, tu possa ricordare di esserci arrivato con le tue gambe, che tu e soltanto tu plasmi la tua vita e crei ogni giorno il mondo a tua immagine e somiglianza.

 

(Tratto da "Rockiller" - Chinaski-Edizioni, 2005)

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