VOLUMI ancora in fase di Editing (Inediti)

2020

GOD - Emancipazione (Saggio Antropologico)

Completato nel 2020

INoi esseri umani. Noi sappiamo e non sappiamo.

Non sappiamo come e non sappiamo quando, ma sappiamo che succederà. Noi un giorno moriremo. Con l’eccezione di chi non ha capacità di intendere e volere, per motivi riconducibili a una patologia o per altri motivi ragionevoli, ma a me ignoti, la stragrande maggioranza degli esseri umani possiede questa dolorosa certezza. Per quanto ci è dato di sapere, in tutte le culture della terra è stata sviluppata la consapevolezza dell’ineluttabilità della morte. Possiamo fingere di ignorare questa verità. Possiamo sforzarci di allenare il nostro cervello a dimenticarla, ogni giorno. Possiamo decidere consapevolmente di posticipare l’approfondimento di questo argomento affermando “non adesso, un giorno ci farò i conti, ma non adesso!”. Accade altrettanto frequentemente che il volto oscuro della morte ci venga a trovare con le sembianze di un lutto, doloroso quanto forte era stato il legame con la persona che ci ha lasciato. Sembra quasi che la morte richieda un’occasione per essere evocata e presentarsi alla nostra coscienza nella forma del pensiero, per poi insinuarsi prepotentemente nella nostra interiorità e penetrare nel profondo, fino a toccarci nell’intimità. Allora questo pensiero apre una voragine e ci sprofonda nell’abisso. Innanzitutto non riusciamo bene a comprendere cosa sia successo, non riusciamo a definire il significato della morte. Poi ci interroghiamo sul senso. Cosa aggiunge la morte di un amico, di un figlio, di un’amante, alla nostra vita? Come si può pensare che questo fenomeno arricchisca la nostra esperienza? Prima ancora di perderci in altre domande che resteranno prive di risposta, sprofondiamo in un dolore incurabile, poi, forse, ci addormentiamo. Il pensiero della morte, per insinuarsi davvero, richiede un’occasione. La morte dichiara la sua esistenza, arriva e sembra affermare “Io sono qui, sono potente. Sono sempre esistita, soltanto che tu non ci hai mai riflettuto abbastanza. Sono più forte della tua volontà, più spietata di qualunque guerra, più ineluttabile del tempo che scorre”. Questo pensiero ci addolora, si trasforma rapidamente in consapevolezza, s’insinua solitario, nonostante la corazza. Esso penetra nelle profondità dell’animo, si fa spazio tra le membrane interne dell’organismo, attraversa le fibre dei muscoli e va a rintanarsi in un cantuccio e prospera. Il pensiero della morte vive assieme a noi, esso cresce con noi. Si trasforma e si allinea alla nostra evoluzione, alle esperienze umane di ciascuno di noi. Quanto più procediamo attraverso le esperienze che la vita ci offre, attraverso il dolore del tempo che passa, tanto più questo pensiero si rafforza fino a invadere lentamente, ma perentoriamente, le nostre stesse convinzioni. Esiste un preciso istante a partire dal quale non sarà più possibile osservare il presente o guardare al futuro trascurando di includere il concetto di morte, di dissoluzione. Esso influenzerà i nostri valori, la prospettiva stessa della nostra vita, emergendo velatamente nei nostri discorsi, nei nostri pensieri, nei nostri desideri. Diventerà uno dei limiti alla grandezza e alla qualità dei nostri sogni. La morte, osservata, vissuta sulla pelle dei nostri cari, sfiorata drasticamente durante la battaglia vinta contro una malattia crudele, contemplata davanti a un quadro, una scultura, una rappresentazione teatrale, parlerà alla nostra anima, ascolteremo la sua voce, sentiremo risuonare le sue parole in una cassa di risonanza muta a tutti gli altri, ma non a noi, che ne udiremo l’eco implacabile nei nostri timpani. A questo punto ci troveremo davanti a più possibilità. Impazzire, la qual cosa si verifica con una frequenza molto limitata, giacchè l’istinto di conservazione promosso dalle pulsioni di vita che, da centinaia di migliaia di anni, hanno istruito la natura a proporre soluzioni alternative, ha conseguito risultati ottimi. Diversamente gli esseri umani sarebbero stati condannati a una fine rapida, dalla comparsa della coscienza in avanti. Possiamo razionalizzare e conseguentemente ridimensionare vigorosamente la nostra esperienza, la visione antropocentrica del mondo e dei suoi abitanti, e imparare a vivere ogni giorno con slancio, sapendo che la vita ci sfuggirà senza alcun avvertimento. Oppure possiamo scegliere di credere. Certo: noi possiamo credere. E, vittime della nostra presunzione, come soltanto noi tutti appartenenti al genere umano sappiamo essere, probabilmente ci convinceremo di credere prima ancora di aver coscienza dell’ineluttabilità della morte. Proveremo a convincerci, e ci riusciremo agevolmente, di credere innatamente e che, per fortuna (o per misericordia divina), l’oggetto del nostro credo include fantasie confortanti sulla vita dopo la morte, e così continueremo a vivere. Noi diremo “Io credo!” e tutti i problemi, fatalmente, saranno risolti.

Ma chi siamo noi? In quale cassa di risonanza interna risuona il riverbero delle nostre parole quando, a schiena diritta, pronunciamo ad alta voce la parola “Io”? Di quale sostanza è fatto il contenitore dal quale prende vita questo suono? Chi è “Io”? Chi è quell’individuo che afferma la propria esistenza e che un giorno dovrà morire? Chi è quel soggetto che si sveglia, dopo una notte insonne, e va incontro al suo giorno e ama, odia, ride e soffre, suda e si stanca, uccide, ruba, corre, piange, ride e poi si ferma davanti all’abisso? Chi è quell’uomo che poi morirà? Chi è quell’Io talmente arrogante da convincersi di disporre di “tutto il tempo che occorre”, ma poi si accorge che il tempo è finito?

Un essere umano. E come essere umano egli sa ed egli non sa.

Sa che dovrà succedere, ma non sa quando, e lungo il lasso di tempo che trascorre a porsi le sue domande, egli avrà vissuto la sua esperienza, avrà esaurito il tempo della sua vita. E quanta commozione egli provocherà nell’animo dell’uomo, lungo questo suo travagliato percorso. Quanta tenerezza ispirerà nel nostro cuore? Quella stessa quantità di tremore, di precarietà, di legittima paura che ciascuno di noi avrà provato lungo la propria strada, rapportandosi occasionalmente alla morte.

Perché siamo tutti uguali. Nel fardello personale che ci portiamo sulle spalle da quando diventiamo adulti, sino allo scandire dell’ultimo respiro. Nella battaglia che stiamo combattendo, in ogni momento. Nella paura di perdere l’amore, gli affetti, le certezze. Nella disonestà che ci impedisce di osservarci come veramente siamo, al di là di ogni ipocrisia, quando ancora è rimasto qualcosa da perdere. Davanti alla paura di morire, noi siamo tutti uguali. Orientamento sessuale, cittadinanza, etnia e razza, religione, lingua, colore della pelle, classe sociale, convinzioni etiche, moralità, cultura e ogni altro aspetto che la società contemporanea strumentalizza per discriminare, separare, dividere: tutte illusioni, tutto irreale. Al di là da queste finzioni strutturate noi siamo tutti uguali.

La morte ci allinea e ci unisce. Ci sbatte contro il muro e ci punta le canne di fucile contro. Ci tiene sotto scacco, ci irride, ci umilia e ci tiene li, contro il muro, per tutto il tempo di una vita. Poi apre il fuoco.

Allora si aprono tre possibilita.

Possiamo impazzire, razionalizzare o possiamo credere.

Ma prima di tutto abbiamo il dovere di sapere chi siamo davvero. Dobbiamo scoprire la natura del contenitore in cui sopravvive questa paura.

Dobbiamo scoprire la natura dell’essere umano.

    

2019

  

TIENI IL TEMPO, ROB!

Completato nel 2019

 

Il Volume presenta la forma narrativa del Romanzo mainstream, benché la trama origini da uno studio particolareggiato delle liriche e delle canzoni dei Marillion, Rockband di spicco nel panorama inglese degli anni ’80, nota per aver aver rilanciato il Progressive Rock di Genesis, Pink Floyd, King Crimson e Tangerine Dream e per aver ridefinito le regole del New-Progressive Rock (anni ’80 e anni ’90).

In concreto il Romanzo tratta la vicenda e la crescita di un ragazzo adolescente (Robbie: il “Drummer-Boy”) che subisce una prima trasfigurazione cambiando il nome in William (“The Jester”, il Giullare) e successivamente in Torch (la Torcia), man mano che, da giovane uomo, diventerà propriamente un uomo adulto.

Un omaggio alla Rockband – o meglio: al compositore e paroliere, Dereck William Dick – in arte Fish. La trama è costituita da una lunga sequela di scene e immagini tratte dalle canzoni più rappresentative dei primi quattro album del Gruppo (quelli che vedono proprio Fish, leader della Band).

Come lo stesso Autore spiega nell’introduzione, sembra che Fish abbia descritto una storia circolare e autoconcludentesi attraverso stesura e pubblicazione di quattro Album (33 canzoni, per la precisione), nei quali è presente una ricorsività dei personaggi (i personaggi del Romanzo, appunto) e una vicenda emotiva che subisce iperboli e tormenti di vario genere e natura (anche psicologica).

 

Il personaggio principale – Robbie – è un ragazzo innamorato della sua donna (Kayleigh) come della Musica e della vita stessa ed è capace di affrontare tutte le vicende descritte nel Romanzo con la forza, la lucidità e il coraggio dell’adolescenza. Durante la crescita perderà lo smalto e si lascerà sedurre dal potere della fama, della vanità, cambiando le sue convinzioni per convertirsi a una religione del compromesso che gli porterà soltanto dolore e sofferenza. Dopo aver attraversato disperazione, droga e dissolutezza, l’uomo (Torch, nella finzione narrativa) riconquisterà un equilibrio quando comprenderà che l’unica soluzione risiede nel “ritorno a sé stesso”, alla purezza dell’adolescenza.

 

Il gruppo (Marillion), oggi ancora perfettamente in attività (18 Album in studio, dal 1983 al 2019), presenta milioni di fan disseminati in tutto il mondo, e molteplici i siti e i blog degli stessi fan su piattaforme standard (web) e social-media (facebook, twitter). A oggi non esiste – in Italia – una monografia sui Marillion, né la traduzione di monografie (rarissime, perché datate) disponibili in lingua inglese e tedesca. Questo a garanzia di un appeal commerciale del prodotto finito.

 

  • Il Romanzo consta di 64.000 parole per un totale di 400.000 caratteri (spazi inclusi)

  • 220 pagine – font TNR-11 – formato A5

 

Prefazione e premessa metodologica

Al di là dall’intreccio e dalle vicende che coinvolgono molteplici personaggi secondari, tre sono i personaggi principali. Essi si avvicendano tra loro, ciascuno cedendo il passo al successivo, quasi fossero impegnati in una staffetta, con tanto di consegna del testimone. Essi non si guardano, proprio come accade in una competizione vera e propria: non ce n’è bisogno e comunque non ce ne sarebbe il tempo. Nella competizione di gruppo la fiducia nell’altro svolge un ruolo decisivo. Chi segue consegna il testimone a colui che lo precede e questi continua a correre. Il testimone, in questo caso, non è l’asticella olimpica di plastica cava, bensì qualcosa di meno tangibile e tuttavia significativo. “Ti consegno la mia anima, fratello: abbine cura e falle spiccare il volo”. Queste parole potrebbero essere pronunciate al momento dell’avvicendamento, se solo quei due potessero parlarsi. Ma in verità c’è un velo di pudicizia e di irragionevole discrezione che impedisce loro di guardarsi negli occhi, anche solo per un istante, e fluidificare i movimenti, orientandoli verso un futuro condiviso. Ciascuno dei tre personaggi è convinto di essere il solo ad abitare quello stesso, unico corpo e cosi prende il comando. Eredita una determinata condizione e la costringe a un cambio radicale, senza prima concedersi una sana riflessione. C’è Robbie, il Drummer Boy, e poi c’è William, il Jester, e infine c’è Torch.

Per motivi connessi alla struttura cronologica del romanzo ho deciso di utilizzare forme narrative differenti per rappresentare le vicende di ciascuno. La prima parte[1] del romanzo è presentata attraverso la forma del passato remoto, perche altrettanto remote sono le istanze, le aspettative e le pulsioni del suo protagonista. La seconda parte[2] è stata resa con il passato prossimo, perche più congeniale a rappresentare le vicende e gli stati d’animo del Giullare, mentre la terza parte[3] è stata resa al presente, perché raccontiamo – oggi – la storia attuale di un uomo che è stato bambino, adolescente e ragazzo, ieri, in un passato lontano, benché tempi, modi e personalità si armonizzeranno opportunamente al momento giusto, lasciando emergere “l’uomo” del cui destino siamo tutti noi curiosi.

Per come è stato concepito e strutturato, il romanzo è fruibile da qualunque lettore, presentando una storia chiara, lineare e autoconcludentesi che presenta tutti i crismi classici della Mainstream-Novel. Ciononostante è chiaro che il cultore della musica della Band – i primi Marillion di Fish – riuscirà a cogliere tutte le ‘contaminazioni’ e le semplici connessioni tra le vicende, i personaggi e le liriche degli album in questione.

Ventisei canzoni, delle trentatré presenti negli album, hanno ispirato lo svolgimento e possono essere considerate altrettante scene in sequenza di un lungo trattamento narrativo. I residui quattordici paragrafi devono essere considerati al servizio del plot: la teoria li vorrebbe definire “junction”.

Un breve approfondimento su ciascuna delle canzoni selezionate per comporre il romanzo è stato offerto in Appendice, a conclusione della storia (genesi, contenuti, liriche).

Spero di aver saputo rappresentare il mood, le atmosfere e soprattutto le vicende intime del personaggio, in onore al grande lavoro della Band e del suo mentore, che non sta a me giudicare in questa sede essendo stati ufficialmente proclamati come la più grande Rock-Band di sempre del New-Prog e avendo conseguito premi e riconoscimenti internazionali in tal senso. Spero infine di aver saputo cogliere e interpretare un’intimità che ho ritenuto interessante portare all’attenzione del lettore comune, considerato che il generico fan la conosce almeno quanto me.

 

    

COBALTO

Completato nel 2011

 

Il personaggio principale – il prof. Kurt Wayne – ha subito una tragedia atroce della quale porta ancora tutti i segni addosso. Inoltre, da quando è stato lasciato da sua moglie, che ha avuto la forza di ricominciare a vivere, è caduto in uno stato di trascuratezza e di asocialità mitigato soltanto dal lavoro. L’Università – infatti – richiede una ordinarietà e un ritmo cui non può, né desidera sottrarsi.

Negli anni ha fatto dei numeri il proprio passatempo, la propria compagna, il proprio dio. Eppure certi eventi lo costringeranno a rientrare nelle pieghe delle sue ferite mai rimarginate alla ricerca dell’origine del dolore. Fondamentale l’aiuto che gli arriverà dai “sogni”: è nell’ambito onirico che accadrà qualcosa di straordinario, qualcosa che avrà ripercussioni anche sul mondo reale.

Dovrà ricordare, scavare e portare alla luce una nuova verità. Lungo questo percorso, il prof. Kurt Wayne s’impegna a scrivere un breve saggio sulla “possibilità di scelta”: il “Discorso sul Servo Arbitrio” – dunque – è il libro nel libro e si sviluppa in alternanza alle vicende dei personaggi.

Una piacevole riflessione scientifica sulla libertà di scelta e sul concetto di Dio.

 

    

2011

  

2009

  
SWITCH

Completato nel 2009

 

Kenneth Johnston, ambizioso carrierista di quarantacinque anni, ha deliberatamente scelto di investire ogni energia per il perseguimento della dirigenza all’interno di una multinazionale. Per Kenneth l’Azienda è la prova della sua stessa esistenza, la protesi della propria casa. Kenneth Johnston approva le regole, le osserva, ha metabolizzato i comandamenti della religione aziendale fino a quando questo impegno così totalizzante lo ha confinato a un progressivo e inesorabile isolamento. Separato da oltre due anni da Lora, vede sua figlia Eloisa in accordo alla sentenza giudiziale. Ha estromesso i suoi vecchi amici da tempo ed è stato allontanato dal resto della famiglia. Non pensa, si muove come una macchina e lavora come uno schiavo.Una concomitanza di eventi genera un turbamento emotivo di massicce proporzioni. Kenneth viene convocato d’urgenza dal proprio boss, Jefferson Wall, che gli anticipa il suo licenziamento causato da ristrutturazioni societarie. Nello stesso giorno dovrà presenziare al funerale di sua madre ed è quindi costretto a ritornare nella vecchia casa di famiglia dove ritroverà un vecchio memoriale – il Diario – dal quale non avrà più coraggio di separarsi. In un tempo brevissimo Kenneth Johnston vede tarpate le proprie velleità aziendali (futuro), diventa definitivamente orfano (presente) e viene riproiettato bruscamente in un dimenticato passato (diario). Lo shock derivante lo conduce a una grave dissociazione psichica che lo accompagnerà per tutto lo svolgimento dell’azione narrativa. Il Diario presenta un’altra faccia di Kenneth (Ken, ovvero Kenneth nella fascia d’età tra i ventidue e i venticinque anni), un ragazzo proiettato con fiducia sul futuro, il quale, prima che la maturità lo “adulteri”, si rivolge all’uomo di venti anni dopo per ricordargli che la felicità, per rimanere intatta, va protetta dalla paura e dalle emozioni negative, che il mondo esterno è la proiezione di un ritmo interno. Ken è esattamente l’immagine speculare di Kenneth, un giovane musicista che ama quello che fa, lo fa solo perché ama farlo e si specchia nella sua stessa felicità perché sa di meritarla. Ken ha un sogno che persegue con grande passione, il suo mondo è affollato di avventure e di amici, tra i quali spicca Benjamin Linch (detto Ned), che con lui vive in assoluta simbiosi, riconoscendogli peraltro un forte ruolo di leadership. Mentre Kenneth rilegge il diario, Ned (Benjamin Linch) riemerge dal passato e prende il posto di Kenneth muovendosi all’interno della vicenda nell’unico modo che conosce. Agirà con forza e violenza per aiutare il suo amico Ken a ricordare chi era e riportare in auge i tempi migliori della propria vita. Si sostituirà definitivamente a Kenneth e deciderà di uccidere il suo boss (Jeff Wall). Dopodiché si consegnerà alla polizia – reo confesso – nell’aspettativa di scontare la propria pena al posto di Kenneth. Quando dopo un lungo ed estenuante interrogatorio si renderà conto che nella sua persona coincidono due identità, che Ned non è mai tornato fisicamente a salvarlo, che ha ucciso un uomo e tradito definitivamente il fanciullo che gli invocava aiuto dal passato, tenta definitivamente di suicidarsi scagliandosi ferocemente contro il muro granitico della cella d’isolamento, nell’ultimativo sforzo di adempiere alla promessa sulla quale aveva giurato venti anni prima.