GOD - John Lennon

(Tratto da "Four Sides" - 2013 - Caosfera Edizioni)

 

Il ciclo di presentazioni relativo a “Shoot me”, il romanzo documentale sull’omicidio di John Lennon, fu molto corposo e ha previsto decine di date in altrettante città italiane. Alle presentazioni intese in senso stretto si affiancarono anche molte interviste: televisione, radio, web e carta stampata. Ogni volta riuscivo a scegliere le parole più adeguate alla curiosità della platea che avevo di fronte e tiravo fuori immagini ed esempi sempre diversi, perché diversi erano i gradi di approfondimento. Parlai di amore, musica, economia, media e politica. Durante la fase della prima stesura avevo già maturato certe mie posizioni e avevo anche rivisto alcune delle mie convinzioni, alla luce di una mole di informazioni che soltanto pochi anni prima ignoravo del tutto. Avevo – però – i miei punti fermi e sapevo che – prima o poi – mi avrebbero formulato quella domanda.

Qual è la canzone di John Lennon che preferisci e perché?

Era questa la domanda e io non avrei tollerato di rispondere in base alla contingenza: dovevo avere la mia canzone. Per motivi di opportunità avevo trasferito tutte le canzoni di Beatles e Lennon sui miei PC, palmari ed MP3–reader: a quell’epoca la musica dei Beatles era la colonna sonora della mia vita e tra testi e accordi era determinante poterla esplorare ogni volta che ne avessi avuto bisogno. Quel giorno mi trovavo a Milano per motivi di lavoro, ero in albergo e avrei dovuto vedere alcuni colleghi entro un paio d’ore. Presi il mio tempo e accesi il PC. Scorrevo le canzoni dalla prima all’ultima aprendo e chiudendo i folder che portavano il nome dell’Album e – a fianco – la data di pubblicazione. Aprivo e chiudevo, dopo aver trascritto alcuni titoli su un foglio di carta. Era come se riuscissi ad ascoltare l’intera canzone soltanto appoggiandoci sopra gli occhi: svariate decadi in pochi minuti. Cominciava a delinearsi una rosa di venti/trenta canzoni tra le quali spiccavano certamente quelle i cui testi e la cui architettura sonora meglio riproducevano i miei gusti e quelle che ritenevo conformi ai miei crismi creativi. Non era ancora sufficiente: occorreva un maggior sforzo di approfondimento, ma io questo lo sapevo già. In superficie si nuota, nella profondità si trova: questa legge è uguale per tutti.

Lasciai perdere e ripiegai sulla doccia, mi rivestii e trascorsi una serata a cena con i colleghi: quei pensieri sfuggirono e furono sostituiti da altri più ordinari. Tornai in albergo prima di mezzanotte. Il PC era ancora acceso: il display mi guardava, mi aveva aspettato sveglio. Era lì per me. Avevo ancora un paio di settimane a disposizione, ma volevo quella canzone, la volevo “adesso”. I criteri che influenzano una preferenza sono molteplici, tutti corretti, tutti legittimi. Non esiste un metodo giusto, così come non esiste una scelta giusta o una soluzione giusta a un problema. Esiste l’assunzione della responsabilità che ne discende: è questo quello che penso e difficilmente cambierò idea. Ci sono canzoni che ci commuovono perché dentro ci ritroviamo la nostra emozione allo stato puro e come per magia riaffiorano ricordi che abbiamo dimenticato o che non riusciamo a dimenticare e così tremiamo. Ci sono canzoni che ci entrano dentro perché sono ancorate a momenti trascorsi intensamente, nel bene e nel male. Altre semplicemente contengono tutti gli ingredienti cui la nostra sensibilità è suscettibile, e così le ascoltiamo, le riascoltiamo e non riusciamo a trovarci un difetto. Ci sono canzoni di fronte alle quali restiamo muti e ci sentiamo piccoli piccoli: troppo alto il messaggio, troppo giuste quelle parole, voce perfetta, attacco e arrangiamento ci fanno rabbrividire. Non resta niente da dire, solo il ritornello che ti rimane nella testa mentre rientri con fatica nella realtà.

E poi c’è un’ultima categoria di canzoni, quella che parla di te, proprio di te, della tua condizione di individuo. Sono rare, sono perle preziose e devi cercarle in una moltitudine, nel presente e soprattutto nel passato. Sono grandi canzoni, resistono all’erosione del tempo, ne conosci ogni passaggio, le intoni ogni volta che ce n’è il bisogno, sono come preghiere. Volevo quella canzone “adesso” e quella canzone arrivò perché aveva esaudito tutti i crismi e aveva superato tutti i filtri. Era “la mia canzone”, era sempre stato così, ma io mi ero lasciato confondere dalla moltitudine ed ero certamente fuorviato dalle finalità documentali dello scritto che avevo appena terminato, a quei tempi. Era la mia canzone da quando ero bambino, solo che non ne avevo coscienza. Questa canzone è GOD, un pezzo tratto dal suo primo Album–solo per piano e chitarra di poco più di quattro minuti di durata (1970). In questi duecentoquarantotto secondi c’è tutto: uomo, cielo e terra, e siccome resto ancora ammutolito di fronte alla forza di questo componimento, allora lascio che si esprima da sé, senza ulteriori premesse.

 

God is a concept

By which we measure

Our pain...

 

Della vicenda umana che ha attraversato John Lennon ho già ampiamente trattato nel volume citato. È importante sapere – piuttosto – che la grandezza di questa canzone è assoluta, nel senso che non richiede una conoscenza del “prima” per essere apprezzata e compresa. Esige soltanto un grande sforzo di onestà, lo stesso che ha mosso l’autore quando si è dedicato alla sua composizione. Uno sforzo atroce, dapprima mirato alla ricerca di tutti i punti di riferimento, ideologie, uomini e amici che avevano permeato sino ad allora la sua vita, e in secondo luogo al diniego, all’annichilimento, alla distruzione degli stessi. Gli inglesi direbbero “moltiplicare per zero”. Ciò che resta è l’uomo, se stesso. Cosa c’è dentro questa canzone? Cosa ha determinato l’ira dell’ortodossia cattolica? Perché è stata così brutalmente censurata dai media e addirittura ostracizzata da buona parte dei fan dei Beatles? Dietro GOD c’è l’uomo e per strappare via il velo dell’illusione bisogna passare attraverso la consapevolezza, perché la coscienza anticipa ineluttabilmente la scienza: un uomo non può conoscere senza prima capire e non può capire senza passare attraverso la propria comprensione: chi afferma di aver capito senza aver lavorato all’interno, sta mentendo e prima o poi sarà chiamato a pagare un prezzo decisamente più alto di quello che avrebbe potuto saldare quando ha avuto la possibilità di farlo. In superficie si nuota, nella profondità si trova. Questa verità vale per l’individuo e tanto più per la massa, ma sembra che John Lennon non si sia posto la questione in questi termini: chi ripete un concetto per ben due volte non afferma, asserisce. “Ho scoperto che Dio è l’unità di misura delle nostre paure” – dice, ma non si limita a declamare la sua scoperta: si spinge più avanti, molto oltre le legittime aspettative di chi lo ascolta. “Non credo in Gesù e non credo nella politica e non credo nel Buddha e non credo in Bob Dylan, in Elvis Presley, in John Fitzgerald Kennedy né nella Bibbia: non credo nei Beatles”. Al sibilare dell’ultima lettera, John Lennon sa di aver sferrato la sua pugnalata: anche il fan più integralista subisce uno scossone perché il suo cuore è stato trafitto per mano dell’ultimo uomo sulla terra che avrebbe dovuto temere. “Non credo nei Beatles”, poi c’è un lungo secondo di silenzio, è questa la consapevolezza: ho detto Beatles, avete sentito bene! – sembra sottintendere John.

a) Dio è solo un concetto, in particolare: è l’indicatore delle nostre paure.

b) Non credo in ciascuna delle cose in cui ho creduto sinora. In particolare: non credo nei grandi uomini, non credo nelle grandi religioni né in alcun tipo di dottrina, non credo nei Beatles, ovvero non credo nella cosa più grande che sono riuscito a realizzare.

E allora? Non è sufficiente, certo: dov’è il senso della canzone? Come possiamo riprenderci, noi mortali, da questa violenza inaspettata, feroce elencazione di paradossi emotivi? Dov’è la morale?

La forza di GOD è tutta nel finale. Questa non è una canzone, ma un proclama, una bandiera, il primo capitolo del “Libro Bianco” del Lennon–Uomo.

Just believe in me – Credo solo in me stesso: è questa la morale, l’etica di un individualismo pacato, sereno, conseguito a suon di tradimenti, dolore, alti e bassi, al prezzo di una vita bifronte trascorsa a dissimulare l’esplorazione interiore a beneficio di una leggerezza che sapeva quasi di superficiale, ma che nascondeva il tormento di un uomo non comune. “Credo nella forza dell’uomo, nelle meravigliose azioni che possono scaturire dalla sua volontà a patto che si affranchi dalla paura di una dipendenza”. La libertà – in definitiva – si consegue attraverso l’esorcismo: dobbiamo tirarci fuori dall’illusione di una trascendenza, dobbiamo eliminare la comodità di attribuire le colpe agli altri e tenerci solo i meriti, dobbiamo smetterla di sognare e misurarci con la realtà. È questo il messaggio che John Lennon vuole indirizzare a se stesso, ancor prima che all’ascoltatore: egli confessa pubblicamente che non ci sono scuse e così non potrà più tirarsi indietro. È come il reo confesso: dopo che ha parlato – dopo aver circostanziato le modalità del suo crimine – ha messo tutti a tacere, da quel momento in poi il mondo smetterà di giudicarlo e comincerà a sollecitare altri tipi di considerazioni: “Perché?”, si domanderà, senza cogliere la grandezza del “Come avrà fatto?”. La potenza di una confessione risiede nel percorso che l’ha generata e non nelle motivazioni. Quanti mostri si devono superare prima di classificare come “illusione” (sogno, per la precisione) tutte le esperienze trascorse? Quanta concretezza c’è in quelle parole e quanto dolore? Al di là dalla censura, la cui intrinseca stupidità si commenta da sola grazie alla funzione stessa del censore (l’esibita autorità di “sottrarre” una notizia all’attenzione del suo naturale fruitore: l’uomo). Al di là dalla limitatezza dell’ascoltatore, che nella maggioranza dei casi è un sempliciotto iconoclasta, posseduto dalla smania della completezza (l’intera produzione dei Beatles; attento compilatore/archivista: il possesso ti possiederà!), dalla religione della dipendenza (il gruppo, la Band, il linguaggio, la guida), intrappolato dalle catene invisibili delle frasi che fanno sognare: posseduto dall’illusione di rimanere un bambino. Oltre tutto questo c’è un uomo che a soli ventotto anni si permette il lusso di attaccare le proprie certezze, infierirci sopra a suo modo (le “parole semplici” di John, la sua arma migliore) e osservare ciò che resta, ovvero quella che altri definirebbero “la parte più vicina al nulla” e che invece – a ben guardare – è il punto d’origine, la scaturigine della realtà. Cioè l’uomo, l’individuo (individuo=“non–dividuo”, lat.: indivisibile, integro), l’unico vero creatore della realtà circostante. John Lennon ci sta dicendo una cosa molto semplice: se elimini l’illusione, ciò che resta è la realtà – bella o brutta che sia – e tu ne sei il padrone, tu sei il suo dio; dunque non nasconderti dietro il sogno, ma affronta l’ostacolo e ricorda che nessuno sarà al tuo fianco per sorreggerti, perché Dio non esiste, è solo il residuo tra ciò che sei e ciò che pensi di essere: questo lo dico io! Se elimini questa distanza, allora avrai eliminato Dio e con esso le tue paure. Quella che oggi chiami religione sarà la tua vita. Sarai un uomo libero.

 

«Joe: qual è la canzone di John che preferisci?»

«GOD, non ho dubbi»

«E Imagine? Molti critici l’hanno definita la più bella canzone di tutti i tempi...»

«È solo la sua derivata prima, un surrogato dolciastro e mieloso: il succo è dentro GOD»

«Cosa significa, Joe?»

«È la stessa canzone, solo più edulcorata, da prosa a poesia: stessa verità, ma presentata con parole meno incisive, più digeribili, di suggestione...»

«Imagine parla di immaginazione, solletica corde ataviche, parla di pace, di amore: dov’è l’attinenza?»

«L’affinità è per chi la vede: non si può spiegare una barzelletta»

«Misticismo? »

«È il tuo, non il mio. Misticismo non è “non–spiegare”. Misticismo è “non–capire”».

 

Grazie per questa lezione, John.

Noi non dimenticheremo.